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Città di Benevento
Cenni storici

La storia di Benevento è veramente ricchissima e testimoniata da monumenti unici al mondo; poche sono le città che possono dirsi più antiche di questa.
Pare che la sua fondazione risalga al 1200 a.C. quando Diomede, tornando dalla guerra di Troia, vi costituì il primo insediamento. Il territorio era abitato dagli osci e poi dai sanniti.
Da alcune monete di bronzo del IV secolo a.C. si può risalire con buona probabilità al nome originario di Benevento: l’incisione del nome greco MALIES testimonierebbe infatti i contatti avuti dalla popolazione con i greci della Campania e della Apulia e si trasformò gradualmente in Maloesis, Maloenton e Maleventum, poi radicalmente cambiato in Beneventum dai romani che vollero così celebrare il "bonus eventus" della vittoria su Pirro del 275 a.C.
La prima notizia ufficiale che troviamo sulla città risale al 477 a.C. quando un antico scrittore narrò del matrimonio tra una figlia di Numerio Otacilio di Maleventum e un giovane della famiglia romana dei Fabi, morto poi in battaglia appunto nell’anno 477.
Si sa con certezza che nelle vicinanze di Benevento nel 275 a.C. sostavano le truppe del console romano Manlio Curio Dentato che assalivano i sanniti alleati degli epiroti. I romani sfruttarono il fatto che l’esercito di Pirro dovesse combattere su due fronti e riuscirono a rubare loro tutti gli elefanti. Benchè la reazione degli epiroti avesse costretto inizialmente i romani ad arretrare, ben presto partì il contrattacco delle riserve romane fresche di energie e Pirro dovette abbandonare la battaglia e gli alleati sanniti al loro destino. In quell’occasione venne adottato il nome di Beneventum e la città divenne provincia romana con un ordinamento e confini precisi.
Il prolungamento della via Appia ne fece uno snodo fondamentale nel percorso fra Roma e Brindisi e un punto di incontro importante con le strade che portavano all’alto Sannio, a Telese e ad Avellino.
Nel 214 a.C., durante la seconda guerra punica, si fronteggiarono presso Benevento il proconsole romano Sempronio Gracco e il luogotenente di Annibale, Annone, forte di un esercito numerosissimo. Le truppe cartaginesi furono tuttavia sconfitte, probabilmente a causa della forte motivazione di molti schiavi volontari che si trovavano fra le fila dei legionari perché avrebbero ottenuto la libertà in caso di vittoria. A Capua invece Annibale uscì vittorioso e volle così insistere su Benevento, rimandando il suo luogotenente a dare battaglia nell’Agro Beneventano. La seconda sconfitta fu catastrofica (10.000 morti): i beneventani furono aiutati dal console Fulvio Flacco che, a seguito di questi eventi, decise di lasciare un esercito nella città per presidiarla costantemente in quanto importante alleata di Roma.
Dopo la prima guerra civile Silla esiliò i nemici che aveva in Benevento e inviò nella città Licinio Verre il quale oltre ad essere già accusato da Cicerone di innumerevoli ruberie compiute in Sicilia, commise altrettante ruberie a Benevento impossessandosi di tutto ciò che avrebbe dovuto confiscare.
Nel 91 a.C. Roma concesse la cittadinanza a tutti coloro che le erano rimasti fedeli durante le insurrezioni di alcuni popoli ostili: Benevento ebbe così la propria costituzione con consoli, questori e magistrati sul modello dell’ordinamento di Roma.
Alla morte di Cesare alcuni suoi veterani furono trasferiti da Antonio a Benevento e in quell’occasione il territorio pubblico venne fatto ripartire in lotti da un centurione di nome Cafo che, a causa del pessimo comportamento suo e dei suoi uomini nei confronti della popolazione, diede origine al termine "cafones".
La colonia prese il nome di "Iulia Concordia Felix Beneventum" e, dopo le guerre civili, comprendeva anche il territorio dei caudini e quello dei liguri apuani che vi erano stati deportati dopo la sconfitta.
In quel periodo il commercio del grano contribuì notevolmente allo sviluppo dell’economia locale. La presenza di un vasto "emporium" con depositi e magazzini, testimoniata da Orazio, ci dice che la città conobbe in quel periodo una certa serenità e ricchezza e parallelamente fiorirono sia l’arte, con monumenti e opere notevolissime, sia la letteratura.
Nel 14 d.C. fu Augusto a prendere provvedimenti importanti per lo sviluppo della città poco prima di morire a Nola proprio durante il viaggio che doveva riportarlo a Roma. Venne edificato il Ponte Lebbroso (oggi Ponte Fratto) che consentì di estendere lo sviluppo urbano anche alla zona occidentale e collinare.
Con Domiziano (88) venne eretto il tempio di Iside e, più tardi il tempio di Minerva Berecinzia e l’Arco di Traiano (1114-1117 d.C.).
Il terribile terremoto del 369 non fermò lo sviluppo della città che si riprese molto presto.
Il cristianesimo influenzò molto la vita di Benevento e si dice che il primo vescovo vi fosse stato consacrato da S.Pietro nel 40. Un altro vescovo della città fu S. Gennaro (futuro patrono di Napoli) che fu arrestato e poi decapitato per aver voluto raggiungere il diacono Sossio di Miseno, che era stato a sua volta arrestato da Diocleziano.
Era di Benevento Felice Fimbro, successore di Papa Giovanni I, che prese il nome di Felice IV.
In seguito la città fu teatro di numerose invasioni e battaglie: i goti se ne impadronirono nel 490, Belisario la liberà nel 536, Totila la riconquistò nel 545 e ne distrusse le mura; Belisario e Narsete in successione riuscirono a liberarla di nuovo e nel 555 venne ricostruita dagli stessi abitanti e tornò a far parte dell’impero insieme alla provincia ormai devastata dalle guerre.
Nel 571 furono i longobardi a volere Benevento come capitale del loro ducato che venne affidato da Alboino a Zottone che lo tenne per venti anni per poi lasciarlo, alla sua morte, al friulano Arechi che governò per cinquant’anni ampliando il ducato con i territori di Capua e di Salerno.
Arechi II, suo successore, estese il dominio ducale a gran parte dell’Italia meridionale, trasformando il ducato in principato (774 – 787). Dopo di lui il Principe Siconolfo, avendo scontentato gli aristocratici, fu costretto dal Re Ludovico II a dividere il principato con Radelchi che nel frattempo era diventato suo contendente. Radelchi fu nominato principe di Benevento con un territorio che comprendeva anche Brindisi e Campobasso, mentre a Siconolfo fu affidato il principato di Salerno. I due ex contendenti si unirono per cacciare da tutto il territorio i saraceni che lo infestavano ma, dopo aver ottenuto una prima vittoria, subirono un nuovo attacco da parte dei musulmani (852) che presero di mira i monasteri di Montecassino e di S. Vincenzo al Volturno.
La rivalità fra i due principi prese di nuovo il sopravvento costringendo il re Ludovico II a scendere a Benevento dove rimase rifugiato a causa dei saraceni che avevano già conquistato Bari e si stavano dirigendo verso la stessa Benevento.
Radelchi combattè valorosamente riuscendo a riconquistare Bari, ma poi decise di attaccare proprio il re nel suo palazzo, riuscendo a farlo prigioniero dopo tre giorni di dura battaglia. Dopo un mese di prigionia il re fu liberato a seguito del giuramento che non si sarebbe vendicato. Ludovico II si fece sciogliere dal giuramento da papa Adriano II e attaccò a sua volta Radelchi che stava combattendo anche i saraceni e da questi ultimi era stato sconfitto sull’Ofanto nonché costretto ad aderire alla lega arabo-campana. Il re fu respinto da Radelchi che però venne ucciso dai suoi stessi parenti per mettere al suo posto il nipote Gaideri. Anche quest’ultimo venne deposto dopo soli quattro anni (881), imprigionato a Capua e sostituito dal cugino Radelchi II.
Aione e, dopo di lui, suo figlio Orso, resse il principato fino all’891 anno in cui Orso venne eliminato dai bizantini che dominarono Benevento con ferocia tale da indurre i cittadini a chiedere aiuto a Guido II di Spoleto. Questi riuscì a liberarli nell’895. In quel periodo tornò Radelchi II e subito fu scacciato da Atenolfo I di Capua, sostituito poi da Pandolfo II che divise il principato lasciando Salerno al figlio, mentre Benevento fu ereditata da Landolfo IV. Si concluse così la dinastia longobarda.
Intorno all’anno 1000, l’imperatore Ottone III assediò la città di Benevento per cercare di portare a Roma le spoglie di S. Bartolomeo custodite nella cattedrale. La lotta con Ottone III si andà a sovrapporre alle scorrerie dei saraceni che intanto continuavano senza posa. I beneventani ricorsero anche all’inganno pur di non cedere al desiderio di Ottone e infine riuscirono a trattenere il corpo del santo presso la cattedrale cittadina. Quando, agli attacchi dei bizantini, si aggiunsero le prepotenze di Pandolfo III, Benevento si trovò i normanni in casa e li accolse di buon grado sperando in un miglioramento, ma anche questi cominciarono a spadroneggiare; fu chiesto allora l’aiuto di Leone IX ma, alla morte di questi (1054), dovettero rivolgersi di nuovo a Pandolfo per difendersi dal normanno Roberto il Guiscardo. Pandolfo non ebbe successo e morì in battaglia lasciando campo libero alla dominazione pontificia su iniziativa di papa Gregorio VII che, con il trattato di Ceprano, nel 1080, sancì un potere che sarebbe durato per otto secoli.
Ruggiero II reagì allo stato delle cose per impedire che il potere della Chiesa si consolidasse e combattè fino al 1156.
Tuttavia il territorio non ebbe pace neanche dopo perché, da questo momento, cominciarono le lotte fra papato e monarchia (Federico di Svevia). Fra il 1177 e il 1183 Gregorio VIII lavorò per giungere alla pace di Costanza con il Barbarossa e nel 1202 fu sottoscritto lo Statuto della città composto in parte dal diritto romano e in parte da quello longobardo.
Gregorio IX e Federico II ripresero con forza la lotta dando inizio ai lunghi dissensi attraverso i quali si giunse poi alla formazione dei partiti contrapposti dei Guelfi e dei Ghibellini.
Federico II e i suoi figli furono scomunicati da Gregorio IX che si schierò con i comuni nel tentativo di bloccare una possibile vittoria del re svevo sulla Lega lombarda. Federico II effettivamente vinse e quando si impossessò di Benevento, che era rimasta fedele al pontefice, pensò bene di concedere privilegi alla popolazione ribelle e di proporre a Innocenzo IV di giungere alla pace, ma questi rifiutò e riconfermò la scomunica soprattutto a causa dell’occupazione di una città pontificia.
Nel 1258 salì al trono Manfredi, figlio di Federico II, che rimase vittima (1266) della guerra scatenata da Carlo d’Angiò (alleato del papa, investito del titolo di re di Sicilia) per appropriarsi del feudo. Manfredi combattè valorosamente durante la ritirata del suo esercito, sopraffatto dalla cavalleria angioina; il suo cadavere fu seppellito nel letto del fiume Calore e nel 1267 papa Gregorio VII fece esumare la salma e ne fece disperdere le ceneri sull’attuale fiume Garigliano.
Con il ritorno del potere pontificio ad opera di Carlo D’Angiò, Benevento si trovò comunque saccheggiata e gravemente danneggiata nonché divisa da nuove lotte interne che contrapponevano violentemente il partito degli "estrinseci" a quello degli "intrinseci".
Nonostante tutto, l’arte e la cultura continuavano a produrre opere geniali come il Codice Beneventano conservato presso la Biblioteca Capitolare di Benevento, il portale del Duomo realizzato da Rogerio all’inizio del XIII secolo, la pittura di Roberto Oderisi, la "Madonna col bambino" e la statua di S.Bartolomeo dello scultore Nicola da Monteforte.
Benevento si trovò piuttosto isolata dopo la costituzione del regno dei d’Angiò e questa situazione influenzò le lotte interne che si reggevano su motivi essenzialmente economici contrapponendo i partiti di cui abbiamo già detto nonché i baroni e i rettori pontifici.
Papa Gregorio XXII infine decise di far costruire una rocca fortificata per il rettore Guglielmo di Balaeto, eliminando il monastero di S.Maria di Porta Somma. Nella rocca trovarono alloggio nel tempo i "rettori pontifici" poi chiamati "governatori" e "delegati apostolici".
I cambiamenti non sortirono gli effetti sperati e, alla morte del rettore Guglielmo (1323), venne fatto un ulteriore tentativo di ridurre l’animosità dei contendenti costruendo altre torri.
A seguito dello scisma d’Occidente, Benevento, territorio pontificio, fu annessa al regno di Giovanna Iª d’Angiò, schierata con l’antipapa Clemente VII. Alla morte della regina, il nuovo re Carlo II di Durazzo restituì la città al Papa, ma in seguito, re Ladislao e Papa Innocenzo III ripresero a disputarsene il possesso con una guerra grazie alla quale la città tornò nel regno di Napoli. Qui Ladislao si impegnò a restituirla al papa insieme a Perugia, Viterbo e Ascoli, ma poi non rispettò l’impegno preso e addirittura la lasciò in eredità alla sorella Giovanna IIª che nominò governatore Attendolo Sforza e solo nel 1417 la restituì a Papa Martino V allo scopo di ottenere di nuovo l’investitura del regno.
Benevento rimase così al Papa fino al 1440 quando fu occupata da Alfonso d’Aragona e divenne parte delle lotte fra i pretendenti al trono di Napoli. Fu ad opera di Alfonso che per la prima volta si riunì nella "Rocca dei Rettori" il Parlamento Generale del Regno (1442) affinchè i baroni gli giurassero fedeltà prima di entrare nella capitale, e per nominare il figlio Ferrante duca di Calabria.
Avendo ottenuto a vita il vicariato di Benevento dal pontefice, Alfonso d’Aragona ne rimase proprietario fino all’avvento del nuovo pontefice Callisto III che lo diede invece al nipote Pietro Ludovico Borgia. Ferrante, deluso, stava per dichiarare battaglia, quando il pontefice morì lasciando il posto a Pio II con il quale riuscì a stipulare un accordo che "barattava" la proprietà di Benevento con l’investitura a re di Napoli.
Mentre la lotta per il dominio su Napoli fra Ferrante d’Aragona e Giovanni d’Angiò era in corso, Ferrante stesso scoprì che l’arcivescovo Giacomo della Ratta stava tramando per consegnare la città ai d’Angiò e fece in modo che il papa lo sostituisse con l’arcivescovo di Ravenna Bartolomeo Roverella da Ferrara.
Oltre a questo, persistevano le lotte interne fra i partiti ("del Castello", "della Fragola", "della Rosa Bianca", "della Rosa Rossa") fino al punto che Sisto V decise di mandare come delegato l’energico Giovanni Laisio de Tuscanis il quale incontrò immediatamente l’opposizione di tutto il popolo sobillato dal re di Napoli che si impadronì della città tramite il governatore Nicolò Allegro.
Il Papa, tuttavia, riprese il possesso di Benevento nel 1497, nominando duca il figlio di Alessandro VI, Giovanni, che però fu ucciso prima ancora di insediarsi.
Andreone degli Artusini, dopo il 1425, fu governatore della città e cercò di mettere pace ottenendo, al contrario, di creare innumerevoli ulteriori inimicizie fra i partiti e venne ucciso da uno dei nobili che aveva fatto imprigionare. L’autore dell’omicidio, Ettore Sabariani, a capo di una banda di popolani, creò problemi sia al vicerè di Napoli che al nuovo governatore, Maso degli Albizi, nominato da Leone X; venne, pertanto, processato e giustiziato dal governatore stesso, ma questo non servì a dissuadere gli altri che dopo di lui continuarono ad associarsi in bande e si diedero addirittura al saccheggio della città.
Le truppe spagnole di Carlo V occuparono Benevento nel 1528, ridando finalmente alla città un certo equilibrio, anche grazie alle mediazioni messe in atto dal santo cappuccino napoletano Ludovico Mura.
Si susseguirono al governo della città Fernando Gonzaga, che diede un certo ordinamento al territorio pontificio, Traiano Boccalini, Ferrante D’Avalos, marchese di Pescara, Francesco D’Este con la moglie Vittoria Colonna, nota poetessa, il marchese del Vasto Alfondo D’Avalos con la moglie Maria D’Aragona, che divenne governatrice quando fu eletto arcivescovo di Benevento Monsignor Giovanni Della Casa. Questi personaggi ridiedero una certa serenità e prestigio alla vita di Benevento, anche se continuarono le controversie territoriali e commerciali, in conflitto con il governo del vicerè di Napoli.
Nel 1588 Sisto V approvò il nuovo statuto che ribadiva che la città doveva essere governata da un rappresentante pontificio che non doveva essere nè beneventano nè napoletano e che poteva essere sostituito da un luogotenente gradito al popolo e rappresentato dal consiglio e dai consoli. Le nomine venivano effettuate nel giorno della festa di San Michele, nel mese di maggio, ogni due anni. Il nuovo assestamento della città divenne un esempio di ordine e di giustizia.
Il rinascimento fu un periodo particolarmente positivo per la città, che vide di nuovo fiorire la cultura e l’arte di cui restano molte testimonianze, mentre altre andarono distrutte con i terremoti. Fra i personaggi che si distinsero in quel periodo possiamo ricordare: lo scultore Pietro da Benevento, il pittore Perrinetto da Benevento e il pittore Donato Piperno.
Nel 1627 e nel 1688 Benevento fu colpita dal terremoto, mentre nel 1630 e nel 1656 una pestilenza si abbattè sulla città.
Nel 1633 tornò anche la guerra a Benevento, che fu attaccata dagli spagnoli del conte di Monterey per vendicare il fatto che Urbano VIII avesse negato l’estradizione del frate Vincenzo della Marra e di Don Fabrizio Carafa, accusati di aver preso parte all’assassinio di un certo Camillo Soprano. In quel periodo il suo arcivescovo, il domenicano Vincenzo Maria Orsini, fece di tutto per sollevare la città e la popolazione dalle sue sofferenze: furono infatti promosse varie opere sociali, finanziati i restauri delle chiese, attivata la nuova industria delle corde armoniche per una fabbrica di liuti della quale si occupò anche il grande Stradivari, e riorganizzata la biblioteca capitolare.
Il terremoto colpì di nuovo la città nel 1702 e la distrusse: da questa ennesima distruzione nacque un piano urbanistico che diede a Benevento una struttura più organica e funzionale, con piazze, strade più larghe ed un acquedotto.
Anche la carestia colpì Benevento nel 1741 e un garzone di mugnaio (Matteo Ceccetella) fomentò la ribellione del popolo, riuscendo ad impossessarsi della città e a riformare alcune istituzioni, approfittando dell’assenza momentanea di Ottavio Antonio Bajardi, impegnato presso alcuni scavi archeologici. Il garzone, in seguito, venne arrestato e processato.
Dopo il governo di Stefano Borgia, i Borboni di Napoli, contrari a Clemente XIII, riuscirono a sottomettere i beneventani con un proclama; essi offrirono le chiavi della città al generale Bartolomeo Falconieri e collaborarono alla soppressione dell’Ordine dei Gesuiti. Nonostante la passività mostrata in quest’occasione dai beneventani, nel 1744 Ferdinando IV restituì la città al papa.
Nonostante numerose altre vicissitudini, trascorse fra i secoli XVII e XVIII, sorsero diverse accademie: "Degli Antipodi", "Di Santo Spirito", "Dei Rozzi" e "Dei Ravvivati", che fu la più importante e venne sostenuta dal sacerdote beneventano Francesco Tacca che nel 1752 divenne arcivescovo di Benevento e fondò la Biblioteca Pubblica Arcivescovile. Molti artisti contribuirono alla ricostruzione della città dopo i terremoti, fra questi Luigi Vanvitelli, Nauclerio, Paolo Posi e Pietro Camporese, affiancati da Francesco Solimena e Sebastiano Conca, dai pittori Alberto Sforza (beneventano) e da Giuseppe Castellano. Nella Benevento di quell’epoca visse anche l’architetto Filippo Raguzzini, considerato il vero creatore del rococò romano.
Nel 1798 l’esercito francese giunse a Roma, in seguito alla proclamazione della Repubblica napoletana. I Borboni tentarono di salvaguardare i territori pontifici per restituirli al papa, ma gli eventi precipitarono e i reali si rifugiarono in Sicilia, lasciando Benevento alla mercè dei granatieri del principe Cutò. La città fu occupata e saccheggiata dall’esercito francese. I cittadini tentarono il contrattacco, ma furono sconfitti presso Montesarchio. In seguito, il delegato repubblicano francese Carlo Popp, proclamò l’annessione di Benevento alla Repubblica francese.
Tra il 27 maggio ed il 3 giugno del 1779, la città fu riconquistata dai beneventani che insorsero contro i francesi, riconquistando la città con l’aiuto di un sacerdote, Gaspare del Bufalo che in quel periodo predicava in Benevento il mese mariano. Quindi la Santa Sede disponeva che Stefano Zambelli riprendesse il suo incarico di governatore pontificio di Benevento. Intanto, Ferdinando IV di Borbone era contrario alla concessione alla Chiesa del governatorato sulla città, sicchè Napoleone si appropriò, nel 1806, della città e di tutta la provincia di Benevento, trasformando il territorio in un principato e mettendovi alla guida un proprio ministro, Carlo Maurizio di Talleyrand, il quale governò per qualche tempo tramite propri procuratori.
Succesivamente, il Principato fu governato da un altro uomo di Napoleone, l’alsaziano Louis de Beer che pare abbia lasciato un buon ricordo attraverso una serie di iniziative positive rivolte al Principato: diede impulso all’economia, sostituì il collegio dei gesuiti istituendo un liceo ed altre scuole. Però la città, come spesso verificatosi nel passato, viveva una certa conflittualità interna tra i vari nobili: una parte della nobiltà schierata pro Maurizio Telleyrand, tanto da fargli erigere un monumento in suo onore davanti alla Chiesa di Santa Sofia ed un’altra parte che si sentiva privata dei propri privilegi. Napoleone occupò la città nel 1814 e Gioacchino Murat ne resse le sorti fino al 1815, quando il popolo, il 31 maggio del 1815, proclamò un governo provvisorio. In Benevento poi giunsero le truppe austriache istituendo un presidio comandato dal Duca di Monteiasi, il quale a seguito del Congresso di Vienna, dovette dare le consegne ad un delegato del Papa, tale Luigi Bottiglia. Il popolo beneventano mal viveva il ritorno del dominio papale, che aveva ridato potere agli aristocratici sicchè diede inizio alla Carboneria. E quando Ferdinando IV ordinò l’instaurazione di una propria costituzione, i carbonari si ribellarono e chiesero aiuto a Guglielmo Pepe, assediando il castello ove il delegato del papa si era rifugiato. Il delegato pontificio capitolò e Benevento chiese di essere annessa al Regno di Napoli.
Ma i Borboni rifiutarono ed allora ritornarono le truppe austriache, riaffidando al delegato pontificio il governo della città, presidiato anche da una compagnia di gendarmi.
Fu allora che il popolo insorse ed oltre alla Carboneria nacque anche il partito liberale, fondato a Benevento dal patriota Gennaro Lopez. Con le lotte che seguirono, lo stato pontificio, alleatosi con i Borboni, nonostante la forte resistenza dei rivoluzionari, riuscì ad avere il soppravvento e, nel 1820, imprigionò tutti i responsabili. Lo stesso Gennaro Lopez morì poi, nel 1830, nelle prigioni borboniche. Venne il nuovo delegato pontificio, Gioacchino Pecci, diventato poi Papa col nome di Leone XIII che governò dal 1830 al 1840. Intanto, si diffondeva in tutte le terre del Ducato, un nuovo guelfismo, la cui ideologia ipotizzava la costituzione di una nuova confederazione di stati. Nel 1847 il fondatore del neo guelfismo, divenuto poi un partito, fu Salvatore Sabariani, il quale insieme ad altri fu poi arrestato e condannato a morte; la pena fu comminata in ergastolo e questi morì di morte naturale nelle carceri di Paliano. Intanto, con l’ascesa al trono papale di Pio IX, Benevento accettò lo statuto da questi promulgato, nonostante una qualche adesione ai moti popolari di Napoli del 1848.
Nel 1855 nel ducato di Benevento scoppiava una insurrezione contro il papato a causa della povertà crescente per tutti, tranne che per pochi privilegiati. Tale situazione rimase fino al 1860: in quell’anno venne costituito un comitato che auspicava l’unione di tutta l’Italia sotto il regno di Vittorio Emanuale. Istitutori di questo comitato furono De Marco e Salvatore Rampone ed anzi, il De Marco riusciva a mettere insieme, contro il potere pontificio, un battaglione di volontari per collaborare con le truppe garibaldine in arrivo agli ordini del Generale Giuseppe Garibaldi. Salvatore Rampone, vestitosi di uniforme garibaldina, ordinava al delegato pontificio, mons. Odoardo Agnelli, di lasciare la città garantendogli l’onore delle armi. Finiva così la dipendenza di Benevento dallo Stato Pontificio.
Garibaldi, arrivato a Benevento, il 25 ottobre del 1860, con apposito decreto, istituiva la provincia di Benevento quale provincia del Regno d’Italia. Nel 1927 la provincia di Benevento fu temporaneamente ampliata con l’annessione dei comuni della provincia di Caserta, ma nel 1945, ricostituita la provincia di Caserta, Benevento ritornò alla circoscrizione di comuni istituita da Garibaldi.
La città di Benevento ha dimostrato, nel corso della storia, il coraggio, il sacrificio e l’eroismo dei propri cittadini, come anche nell’ultima guerra nel 1943, in cui fu quasi distrutta totalmente e morirono migliaia di persone. Benevento proprio a causa delle vittime dell’ultima guerra è decorata di medaglia d’oro al valore civile.

Nota della Redazione di Info Turismo Italia
la sintesi storica qui pubblicata deriva da ricerca diretta su testi storici e bibliografici, ferma comunque ogni disponibilità per approfondimenti ed ampliamenti da parte di chi fosse direttamente interessato sia a livello personale che istituzionale. Per ogni rilievo o puntualizzazione si prega indirizzare a:



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